SOLO SUL WEB — 16 luglio 2015

di Cinzia Meoni

In Italia i brevetti sono un argomento per addetti ai lavori. Se ne sa poco e se ne parla ancora meno. Dai più i brevetti sono ritenuti semplici definizioni dove far confluire, nei bilanci aziendali, cifre difficilmente verificabili o dimostrabili. L’argomento è ostico: troppe le normative nazionali e internazionali, non sempre armonizzate (la stessa brevettabilità è soggetta a condizioni diverse a seconda dei paesi) che regolano una disciplina già di per sé complessa. Eppure si tratta di un argomento di peso che, secondo lo studio “Intellectual property rights intensive industries” a cura di  European Patent Office (Epo) e di Office for Harmonization in the Internal Market, ha generato tra il 2008 e il 2010 (solo attraverso le società campioni di brevetti)  un giro d’affari di poco meno di 2 trilioni di  euro (pari al 14% del Pil del Vecchio Continente) e ha creato 34 milioni di posti di lavoro, retribuiti in media il 64% in più rispetto a società a basso sviluppo di brevetti. La sola correlazione tra profitti e brevetti dovrebbe fare quanto meno incuriosire.

Non solo, come ha dimostrato recentemente il European Inventor Award organizzato da European Patent Office e giunto ormai alla sua decima edizione, i brevetti oltre ai soldi portano anche un benessere materiale, concreto, facilmente verificabile … e non solo dagli addetti ai lavori. Ad essere premiati infatti sono stati brevetti la cui applicazione industriale sta radicalmente cambiando la vita quotidiana delle persone.  C’è chi come Ina Frazer e Jian Zhou ha ricevuto il premio popolare per aver inventato il primo vaccino contro il cancro cervicale, un prodotto che consente di salvare ogni anno milioni di vite. Chi, come lo scienziato francese Ludwik Leibler (premiato per la ricerca), ha inventato una nuova classe di materia plastica (i vitrimers), leggera e resistente, facile da ripararsi e, soprattutto, è facilmente riciclabile offrendo quindi una valida alternativa all’uso di vetro o metallo perfino nella fabbricazione di veicoli e aeromobili. Il valore economico di un simile brevetto può essere facilmente immaginato. Così come quello a cui hanno lavorato Franz Amtmann e Philippe Maugars premiati, per il settore industriale, per lo sviluppo della tecnologia Nfc ovvero della “Near field communication” che di fatto sta trasformando lo smartphone in un portafoglio sempre a disposizione. Una tecnologia che sta cambiando radicalmente anche l’universo bancario che sta cercando di tenere il passo con l’evoluzione di un mondo “no cash” che può semplificare la vita dei consumatori (è più facile accorgersi di aver dimenticato lo smartphone rispetto al portafoglio) e, allo stesso tempo, ha un impatto economico importante visto che, secondo, Juniper Research il mercato dei pagamenti supportato da tecnologia Nfc supererà i 180 miliardi di dollari entro il 2017.

In questo scenario di riferimento l’Italia è decisamente indietro:, occupando una posizione di retrovia nello scenario internazionale. Nessun italiano è stato premiato e neppure candidato agli European Inventor Award. E, d’altro canto, a Epo nel 2014 sono giunte “solo” dall’Italia 4684 richieste (+0,5%, la prima crescita dopo anni di lento e inesorabile declino) sulle 274mila complessive, con solo 59 richieste ogni milione di abitanti (l’anno scorso erano 60) rispetto ad una media europea di 131. Ben lontano dai livelli raggiunti dai campioni internazionali come Usa (con 71.745 in crescita del 6,8%), Giappone (con 48.675 richieste in calo del 4,4%), Germania (con 31.647, sostanzialmente stabili, con un calo dello 0,8%), Cina (che, grazie alle 26.358 richieste, mette a segno una vera rimonta passando dall’undicesimo posto al quinto con una crescita addirittura del 18,2%) e Corea (con 16.358 in crescita del 2,3%). A livello di richieste di registrazione di brevetti per milione di abitanti il campione è invece la Svizzera con 848, seguita da Finlandia (416), Paesi Bassi (406), Svezia (395) e Danimarca (354).

E la situazione potrebbe persino peggiorare. Mentre l’Europa sta andando verso il brevetto unico europeo, l’Italia (così come la Spagna), non è ancora della partita. Già dal 2016, a sentire i vertici di Epo, dovrebbe diventare efficace il sistema  di un solo brevetto registrato presso gli uffici di Epo che sarà valido in tutti i Paesi aderenti e la giurisdizione (un solo sistema di tribunali e una sola procedura) sarà unica tra tutte le nazioni aderenti. Oggi il brevetto deve essere registrato in ogni Stato in cui si richiede la validità, anche i brevetti depositati e registrati presso Epo che pure prevendo standard di qualità molto elevati e garantiscono uniformità tra i 38 Paesi aderenti. L’avvio del brevetto unico europeo costituisce una rivoluzione, anche economica da non sottovalutare. Il calcio di inizio è condizionato all’adesione di 13 Paesi, tra cui necessariamente quella di Francia, gran Bretagna e Germania e le ratifiche, secondo i vertici Epo, stanno arrivando anche velocemente (oggi siamo a quota sette) mentre lo stallo maggiore è rappresentato dalle decisioni sui costi di brevettazione che comunque, assicurano da Epo, rappresenteranno un notevole risparmio rispetto a quelli attuali. L’Italia tuttavia, nonostante qualche recente segnale di apertura, per ora è ancora fuori. Il rischio? Quello che altri decidano condizioni economiche e tutele e che, comunque, l’Italia alla fine si trovi costretta ad aderire al brevetto unico europeo per non rischiare di rimanere ai margini dell’innovazione e della competizione a livello internazionale.

Il brevetto unico europeo peraltro è solo un primo passo. Quanto al futuro dei brevetti si va verso un’armonizzazione delle discipline a livello internazionale come confermato da Benoît Batistelli, presidente di Epo, che cita in merito iniziative prese insieme agli uffici brevetti di usa, Cina, Giappone e Sud Corea per definire le cinque priorità del sistema brevettuale. Un primo passo in una direzione che potrebbe, in futuro, portare a una maggior conoscenza e compressione dei brevetti, un a macchina da soldi in Italia ancora, purtroppo, sottovalutata.

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 6.8/10 (4 votes cast)
VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 0 (from 0 votes)
Brevetti: un’industria che vale oro. Ma che l’Italia snobba, 6.8 out of 10 based on 4 ratings

Share

About Author

Redazione Finanza.com

(0) Readers Comments

Lascia un commento