SOLO SUL WEB — 13 luglio 2015

di Cinzia Meoni
Se il made in Italy fosse un brand sarebbe la terza marca più ricercata dagli utenti di Google, subito dopo Coca Cola e Visa. A sottolinearlo è Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano nel suo intervento all’assemblea annuale del gruppo giovani di Assocalzaturifici. Non solo, come ricorda Noci, il made in Italy ha raggiunto un ottimo posizionamento nelle ricerche in tutti i settori merceologici e non unicamente nella classica triade alimentare, moda e design. Il problema è che, come spesso accade nel nostro paese, il sistema politico ed economico non sostiene il made in Italy come brand in cui ricondurre poi i singoli marchi e i marchi, presi singolarmente, sono decisamente meno conosciuti del made in Italy nel suo insieme.
Il risultato è presto detto: nonostante l’appeal tricolore, soprattutto nei redditizi mercati emergenti, spesso al di fuori dei nostri confini è percepita la qualità del made in Italy solo in brand talmente affermati che possono, a buon diritto, ritenersi delle icone del Belpaese, non riconoscendo l’identità tricolore a tutti gli altri brand che costituiscono la gran parte del nostro panorama economico. Le conseguenze? Sono presto dette. In pochi sanno citare una marca di Parmigiano, eccellenza gastronomica del Belpaese, mentre probabilmente tutti abbiamo in testa almeno un brand di champagne. In “soldoni” tutto questo si traduce in un giro d’affari che prende il volo verso altre destinazioni. “Nonostante tutto l’appeal esercitato dal made in Italy nel settore alimentare, riconosciuto come eccellenza ovunque nel mondo, la Germania esporta prodotti alimentari per 55 miliardi di euro circa, l’Italia è ferma a 33” evidenzia Noci nel suo intervento. Uno spunto che dovrebbe far riflettere, e molto, soprattutto a Roma. “Il sistema Italia è in grado di esportare prodotti con pesi decisamente superiori rispetto a quelli attuali. Ma per farlo deve valorizzare il made in Italy come fosse un brand, facendo leva sul sistema Paese, per poter coinvolgere anche marchi che, pur avendo la qualità propria del made in Italy, non sono ancora diventati icone tricolori” sostiene Noci secondo cui “occorre far leva sull’identità italiana, usando quindi la chiave riconosciuta all’estero come valore aggiunto”.
“Siamo seduti su un giacimento d’oro … e non ce ne rendiamo ancora pienamente conto” sostiene Noci. Il made in Italy dovrebbe quindi essere valorizzato come un’opportunità unica di crescita, da conoscere eda non sprecare. In questo scenario Gilberto Ballin, presidente del gruppo giovani Assocalzaturifici afferma: “Come Gruppo Giovani dell’Associazione ci sentiamo responsabili del grande patrimonio di qualità e conoscenze che ci hanno trasmesso, rispetto al quale crediamo sia necessario innanzitutto prendere coscienza per poi sfruttarlo come leva competitiva. L’obiettivo è individuare strategie virtuose a sostegno della competitività delle imprese del sistema calzaturiero, con particolare attenzione al ruolo dei social e delle nuove tecnologie di informazione e comunicazione.”

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Made in Italy, un patrimonio sottovalutato, 9.0 out of 10 based on 1 rating

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