SOLO SUL WEB — 20 ottobre 2015

La Cina rallenta? La minore crescita dell’economia cinese, e soprattutto i suoi effetti sull’economia globale, è una delle due notizie di cui si parla in città, l’altra è il destino dei tassi americani.

di Carlo Benetti, head of Market Research & Business Innovation di GAM 

E’ accaduto un fatto importante sul fronte orientale, è stato siglato l’accordo Trans Pacific Partnership. Stati Uniti e undici paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, esclusa la Cina, hanno concordato nuove regole commerciali, abolite migliaia di tariffe doganali, stabiliti standard ambientali.

Una notizia alla quale la pubblica opinione europea sembra aver prestato tiepida attenzione, presa nelle vicende dei rifugiati (la pressione si è spostata sui confini nord orientali, anche chi non vuole è costretto a riconoscere le dimensioni continentali del fenomeno)  o della Volkswagen, nonostante l’entità di quest’ultima abbia “ricordato a tutti quanto l’armonizzazione delle regole sia essenziale” (Giorgio Barba Navaretti).

L’accordo Trans Pacific Partnership costituisce una nuova tappa nel processo di globalizzazione e soprattutto, dal punto di vista europeo, sposta ulteriormente l’asse del libero scambio da ovest a est, dall’Atlantico al Pacifico. Coinvolge circa 600 milioni di persone, riguarda il 40% circa del totale degli scambi globali e paesi con sistemi di manifattura e di istruzione che stanno irrobustendo una dinamica classe media che guarda al futuro con ottimismo.

Si affina la competizione tra grandi aree commerciali, l’Asia, l’America Latina, l’Europa e, in posizione dominante, i due grandi stati nazionali, Stati Uniti e Cina. Quest’ultima è esclusa dall’accordo ma la sua adesione, come quella della Corea del Sud, sarà probabilmente questione di tempo.

E’ l’ultima chiamata per le leadership europee a ricomporre la frammentazione nei nazionalismi di ritorno, a correre per recuperare capacità competitiva ed evitare la condanna ad un ruolo irrilevante nello scacchiere economico globale.

La negligenza europea sembra accelerare il ritorno dell’area del Pacifico al ruolo centrale avuto per secoli, quando l’Europa pre-westfaliana era frammentata in stati e regni piccoli o medi in continua lotta tra di loro. Il determinismo geografico fece preconizzare allo storico Fernand Braudel lo spostamento verso oriente del “cuore della Storia”.

Nell’antichità una delle vie più trafficate era la Via della Seta, una rete di itinerari terrestri e navali che in circa 8.000 chilometri favoriva sin dai tempi dell’impero romano gli scambi commerciali tra l’oriente e l’occidente.

La Principessa della Seta, un dipinto su legno custodito al British Museum testimonia la vivacità culturale ed economica dell’Oriente nell’Alto Medioevo, quel periodo che per l’Europa fu dei “secoli bui”. Proveniente da un santuario buddista del Regno di Khotan, tappa rilevante nella via della seta oggi compreso nella Cina occidentale, il dipinto ricorda una principessa promessa sposa al principe del Regno di Khotan che si raccontava avesse trafugato i bachi da seta nascondendoli, con semi di gelso, nell’acconciatura da sposa. Fu così che, secondo la leggenda, il segreto della lavorazione della seta varcò i confini della Cina.

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La Principessa della Seta, VII-VIII secolo. Secondo la leggenda la principessa promessa sposa al principe di Khotan trafugò il segreto della fabbricazione della seta nascondendo semi di gelso e bachi da seta nell’acconciatura da sposa, che nessuna guardia avrebbe osato controllare. In realtà già ai tempi di Giustiniano alcuni monaci avevano portato a Costantinopoli i bachi da seta, rivelando la tecnica della sericultura (fonte British Museum)

La seta è stato a lungo il simbolo della potenza del Regno di Mezzo che, formatosi nel 221 a.C., è lo stato unitario più antico del mondo, una storia affascinante per gli occidentali abituati al ciclo continuo di stati e imperi che si formano e si disgregano. La Cina invece “sembra non avere alcun inizio, compare sulla scena della storia non come un tradizionale Stato-nazione ma come un fenomeno naturale permanente” (H. Kissinger, On China 2011).

La Cina rallenta? La minore crescita della sua economia, e soprattutto i suoi effetti sull’economia globale, è una delle due notizie di cui si parla in città, l’altra è il destino dei tassi americani (quando si muove la Fed nessun luogo è sicuro).

C’è davvero da preoccuparsi di una crescita al di sotto di quel fatidico 7% diventato quasi totemico?

Nel terzo trimestre il dato ufficiale di crescita è stato di 6,9%, al di sopra delle attese degli analisti (6,7%) e ancora in grado di far traguardare l’obiettivo di “circa il 7%” per il 2015 annunciato a marzo dal primo ministro Li Keqiang. Ma quando ci si avvicina ai dati cinesi è opportuna una buona dose di scetticismo. Del resto qualche anno fa lo stesso Li Keqiang, all’epoca giovane dirigente del Partito, aveva confidato all’ambasciatore americano che le cifre di crescita erano “manmade”, inaffidabili, “aggiustate” ad arte da manine sapienti. Li Keqiang preferiva interpretare tre più affidabili indicatori dell’andamento reale dell’economia: il consumo di energia elettrica, il traffico merci ferroviario, i finanziamenti erogati dalle banche.

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La nuova Via della Seta: “il concetto di Mediterraneo allargato è superato dalla realtà del Cindoterraneo, quel flusso di merci, beni, capitali, commodity, persone che da Cina, India, Golfo, Africa passa per Suez e finisce in larga parte in Italia” (A. Politi, ricercatore CeMiSS e Direttore NATO Defense College Foundation).

Su quella indiscrezione il settimanale The Economist costruì un indice sintetico, l’indice Li Keqiang appunto, che però nella attuale fase di trasformazione strutturale dell’economia perde a sua volta di attendibilità. La debolezza dell’economia cinese è indicata dall’indice PMI di agosto e settembre sotto la soglia di 50, dall’inflazione a 1,6% contro un obiettivo dichiarato del 3%, dalla riduzione del 14,3% delle importazioni in agosto.

Ma altri dati indicano una realtà diversa, ad esempio il PMI del settore non manifatturiero, stabilmente sopra 50,  la soglia che separa i segnali di espansione e di recessione. In agosto l’indice è stato a 53,4, prova della costante crescita nel settore dei servizi.

E’ la conferma della minore affidabilità dell’indice Li Keqiang, costituito da indicatori della sola industria pesante: puntuale nel registrare la chiusura dell’altoforno ma non altrettanto sensibile all’apertura di decine di negozi che non consumano l’energia elettrica dell’altoforno e non muovono altrettanto traffico ferroviario.

Un prestigioso istituto inglese di analisi economica ha calcolato che se nel 2015 la crescita cinese fosse del 6% in luogo del 7% dichiarato, il contributo alla crescita globale resterebbe attorno all’1%, analogo a quello del 2005 quando la crescita cinese era attorno all’11%. Nello “stress test” di una crescita ipotizzata ad appena il 2% annuo tra il 2016 e il 2020, il mondo pagherebbe un pegno di -0,8% sottratto alla crescita globale. Ma l’economia è un meccanismo complesso, e un rallentamento cinese avrebbe anche effetti di segno opposto: la debole domanda avrebbe un effetto depressivo sui prezzi di materie prime ed energia e ne trarrebbero vantaggio economie importatrici nette come l’Europa e alcuni emergenti come l’India. La svalutazione del renmimbi renderebbe più conveniente l’importazione di prodotti dalla Cina, il cui sistema manifatturiero è nel frattempo salito nella scala del valore aggiunto, non solo magliette e oggetti in plastica ma anche meccanica ed elettronica.

Nella gran parte delle economie avanzate il valore delle importazioni cinesi non arriva al 5% del PIL, una svalutazione della valuta cinese del 20% comporterebbe una riduzione dell’inflazione attorno al punto percentuale. Una fatica in più per i banchieri centrali ma non tale da innescare una spirale deflazionistica come temuto da alcuni, soprattutto se l’effetto negativo è compensato dal maggiore potere d’acquisto e dal reddito reale dei consumatori.

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I principali indicatori dell’attività economica cinese: a fronte del minor ruolo dell’industria pesante cresce quello delle vendite al dettaglio (fonte: National Bureau of Statistics, CEIC)

Il governo ha strumenti per contrastare i rischi di un hard landing dell’economia. La banca centrale ha abbassato i tassi ufficiali di 25 punti base, il quarto intervento nel 2015, e ridotto i requisiti delle riserve tecniche delle banche. La Cina conserva spazi di manovra nel bilancio pubblico: il deficit sul PIL del 2015 era autorizzato a 2,4% ma attualmente è a 0,5%. Dal 1^ ottobre la tassa sull’acquisto di auto nuove di piccola cilindrata è ridotta della metà ed ai governi locali è stata autorizzata la spesa per favorire la “rottamazione” delle autovetture vecchie e l’acquisto di nuove.

L’altra notizia di cui si parla in città è il comportamento della Fed, che ha conseguenze sulle economie emergenti e sul valore dello stesso renmimbi: un dollaro forte comporta il rafforzamento della valuta cinese. Negli ultimi due anni euro e yen si sono indeboliti verso il renmimbi di circa il 15%, di circa il 40% il real brasiliano o il rublo, rapporti di cambio che hanno costituito un freno alle esportazioni cinesi, la svalutazione di agosto ha corretto il disallineamento solo leggermente. La banca centrale cinese non vuole una valuta debole e in caso di nuovi, probabili, rally del dollaro americano lavorerà per mantenere stabile la divisa nazionale.

La Cina sta affrontando una doppia sfida: da una parte la trasformazione strutturale, storica, della propria economia sostenuta da consumi interni e servizi, dall’altra deve sanare un decennio di sovrainvestimenti e livelli di credito non più sostenibili che costituiscono l’origine dei rischi di fallimento soprattutto nel mercato immobiliare.

Le sfide dell’immediato futuro sono vaste e di natura strutturale, faremo i conti con il rallentamento dell’economia cinese anche nel 2016 ma è nell’interesse della leadership cinese evitare un hard landing della seconda economia globale.

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La Principessa della Seta (cos'altro sta avvenendo in Cina), 3.0 out of 10 based on 1 rating

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