SOLO SUL WEB — 17 luglio 2015

La borsa cinese ha appena sperimentato la prima grande correzione e circa duecento milioni di piccoli operatori hanno avvertito le prime sensazioni di paura di fronte al crollo del 30% dei valori di borsa. Questione di abitudine.

di Carlo Benetti, head of Market Research & Business Innovation di GAM SGR 

Il secolo dei Lumi, quello di Voltaire e Diderot, fu un periodo di vitalità intellettuale non solo per la vecchia cara Europa. Attorno alla metà del XVIII l’imperatore Qianlong inaugurava in Cina una stagione di riforme e di apertura al mondo.

Erede della grande dinastia Qing, che governò il Celeste Impero dal 1644 al 1912, Qianlong fu abile condottiero e imperatore illuminato, appassionato di arte e letteratura, interessato a conoscere il mondo al di fuori della Cina. Nel 1756 istituì una commissione mista, oggi diremmo multiculturale, composta da due gesuiti europei, due monaci tibetani e un astronomo cinese, con l’incarico di raccogliere dati geografici e mappe che sarebbero state diffuse anche al di fuori dei confini della Cina.

Il toro di Shanghai di fronte al Bank  of China Building Peter Stuckings/Shutterstock

Il toro di Shanghai di fronte al Bank of China Building
Peter Stuckings/Shutterstock

Negli stessi anni in cui la commissione di Qianlong era al lavoro, a Londra un gruppo di broker cominciava a riunirsi abitualmente al Jonathan’s Coffee House per scambiare titoli di credito e negoziare azioni. Quel caffè nel quartiere che sarebbe diventato la City fu la prima sede informale della borsa inglese. Nel 1761 quei broker si costituirono in club stabilendo le prime regole e consuetudini nelle negoziazioni. Pochi decenni dopo, nel 1801, veniva istituito il London Stock Exchange.

Intanto il corso della storia, aiutato dalla colonizzazione europea e dalle guerre dell’oppio, portava l’Impero celeste alla lenta dissoluzione. Nel 1912 la proclamazione della repubblica, poi la guerra con il Giappone e quindi arrivarono gli anni bui della dittatura maoista. Fu l’Undicesimo Congresso del Partito Comunista, riunito in grande segretezza nel 1978 e guidato con mano salda da Deng Xiao Ping a inaugurare il “socialismo con caratteristiche cinesi”. La Cina si apriva al commercio internazionale, venivano deliberati massicci investimenti pubblici, si dava il via libera ai primi tentativi di privatizzazione di società e attività economiche.

Nel novembre del 1990, con il consenso del Governatore generale della Banca Popolare, vennero istituite le borse di Shangai e Shenzhen. Consapevoli delle enormi potenzialità di sviluppo che si sarebbero aperte, le autorità finanziarie pensarono in grande sin da subito, perché non avere anche a Shangai un toro in bronzo come quello di Wall Street? E visto che non mancavano né soldi né appunto ambizioni, venne contattato Arturo di Modica, l’artista italiano che aveva realizzato il “Charging Bull”, e gli venne commissionata la realizzazione di un toro in bronzo simile al più celebre esemplare di Wall Street.

“L’aspetto è leggermente diverso” racconta Di Modica “guarda a destra invece che a sinistra, la testa è un pò più in basso e la coda più in alto, ma il messaggio è sempre di ottimismo”. Le fattezze del toro di Shangai fanno pensare ad un animale più giovane, che evoca l’esuberanza della giovane economia cinese.

CI sono notevoli differenze tra la borsa di Shangai e la più vecchia piazza di Hong Kong. Gli investitori internazionali hanno accesso solo a quest’ultima mentre le azioni quotate a Shangai e Shenzen, le azioni cosiddette “classe A” in renmimbi, sono riservate ai cittadini residenti e a poche grandi società qualificate.

Con i loro venticinque anni le borse di Shangai e Shenzhen sono davvero giovanotti pieni di esuberanza vitale ma, come tutti i giovani, privi della saggezza che viene con l’età. Dal 2014 i listini hanno corso un rally che ha messo a segno l’impressionante salita di circa 150%, a dispetto di una debole crescita economica. La corsa si è interrotta bruscamente a giugno con una serie di giornate negative che hanno portato alla correzione di circa il -30%.

Cosa sta succedendo, si sono chiesti tutti. L’immediata preoccupazione è stata sui pericoli di un contagio dall’economia di carta a quella del bullone come già accaduto a Wall Street. Paura di un contagio proprio nei giorni in cui un altro possibile contagio, quello della crisi greca, teneva sulle spine tutti i mercati.

Da qualche anno l’economia cinese soffre di un eccesso di credito, costante motivo di preoccupazione delle autorità di governo che hanno dunque promosso misure per facilitare l’accesso alla borsa. Il risparmio di milioni di piccoli risparmiatori canalizzato in borsa avrebbe alleggerito gli oneri finanziari delle aziende e i rischi del temibile “shadow banking”. Per molti commentatori le autorità avevano assecondato il boom azionario assimilandolo al “sogno cinese”, anticipazione di un “meglio ancora da venire”, come lasciava intendere un editoriale di People’s Daily di maggio. Comprensibile che il crollo dei valori di borsa abbia dato origine alla preoccupazione tutta politica della perdita di prestigio del governo presso gli investitori.

“E’ la finanza, bellezza!”, le frettolose misure amministrative introdotte per sostenere il mercato e arginare la correzione si sono rivelate controproducenti. Nella ricostruzione del Financial Times, prima dell’introduzione delle misure straordinarie nel fine settimana del 4 luglio, non c’erano ancora “evidenti problemi di liquidità, gli ordini di acquisto e vendita procedevano normalmente”.

L’indice MSCI China è a premio di circa il 55% sul MSCI China H, azioni quotate a Hong Kong (fonte CLSA)

Il mercato si è bloccato solo in seguito alla sospensione dalla negoziazione di oltre mille società, del divieto di vendite allo scoperto, dell’obbligo imposto alle società di sostenere i propri titoli.

Movimenti così imponenti, sia nella crescita che nella correzione, sono in larga misura dovuti al comportamento di milioni di risparmiatori che affollano la borsa, circa 200 milioni di piccoli operatori privi di esperienza molti dei quali si sono avvicinati alla borsa con la mentalità del breve termine e del gioco. L’80% opera lmeno una volta al mese (53% negli Stati Uniti) e circa il 90% degli scambi giornalieri è riconducibile ai privati. Alla borsa cinese difetta l’esperienza che le borse occidentali si sono fatte in qualche secolo di attività e abitudine all’euforia che lascia il posto al panico, all’eccitazione che si trasforma in dolore. Nessun biasimo invece per gli spaventati risparmiatori cinesi, nel loro caso non si tratta di inesperienza ma di illusioni cognitive ed errori che sono i medesimi per tutti gli individui, per i francesi che investivano nella Compagnia del Mississippi, per i clienti dei broker del Jonathan’s Coffee, per i risparmiatori italiani alle prese con i loro immobili e obbligazioni bancarie.

In ogni caso la borsa di Shangai si mantiene in area positiva da inizio anno e generosamente positiva nei dodici mesi. Per quanto riguarda i rischi di contagio all’economia reale, probabilmente la preoccupazione è eccessiva, la borsa non ha la rilevanza che ha Wall Street negli Stati Uniti: il mercato azionario cinese vale circa un terzo del PIL mentre negli Stati Uniti è superiore al 130% (l’indicatore caro a Warren Buffet).

Nonostante i circa 200 milioni piccoli investitori, meno del 15% del risparmio privato è investito in azioni. Non c’è stato alcun “wealth effect”, effetto ricchezza, sulla propensione al consumo, è dunque improbabile che si verifichi l’effetto opposto.

Un possibile rischio sono semmai le conseguenze della correzione sul “sentiment” del mercato, alle prese con una economia in trasformazione strutturale che rallenta la crescita dopo un primo trimestre debole.

Un altro rischio evidenziato da alcuni commentatori è l’esposizione azionaria che molte società, anche quelle a capitale pubblico, hanno via via accumulato e finanziato con capitali presi a prestito: un rischio contagio in questo caso verosimile.

Ma non ci sono segnali di un rischio finanziario sistemico e può accadere che talvolta “una correzione è solo una correzione”. Le azioni cinesi disponibili alla negoziazione degli investitori internazionali sono quelle di Hong Kong che presentano valutazioni decisamente interessanti rispetto alle azioni di classe A, quotate a Shangai e Shenzhen, più sensibili all’erraticità dei comportamenti di duecento milioni di risparmiatori privati.

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