FONDI & C — 21 ottobre 2014

Anche le decisioni di lungo termine, come ad esempio il risparmio previdenziale, dipendono dal carattere e dall’educazione finanziaria degli individui. La finanza comportamentale spiega perché le decisioni pensionistiche vengono procrastinate, mettendo a rischio la qualità della vita futura.

di Carlo Benetti, head of Market Research & Business Innovation di Swiss & Global Asset Management SGR Clipboard02

Abbiamo già incontrato tempo fa (L’Alpha e il Beta 8.7.2013), il vecchietto bislacco che aveva pianificato di spendere ogni suo avere fino al compimento dell’ottantesimo anno di età, giorno in cui pensava sarebbe morto. Ma la sera del compleanno, scoprendo di non esser morto, si ritrovò povero in canna, in lacrime, costretto a dipendere dalla generosità di altri. “Orsù” esclama uno dei presenti “vorrà dire che per questa notte l’albergo ve lo pagherò io”. “Grazie … ma … e domani?” “Beh, domani speriamo che Ella muoia”.

Lo strambo personaggio di Achille Campanile resta un ottimo esempio di ciò che non si deve fare e cioè pianificare la gestione dei propri risparmi, anche quelli previdenziali, affidandosi alle sensazioni. La nostra mente riconosce il rischio nelle componenti della paura, la classica situazione di pericolo, e dell’incertezza, la condizione dell’ignoto che rende prudenti. Nel risparmio previdenziale sono assenti entrambe le componenti, non si prova paura né si percepisce l’incertezza del futuro remoto perché l’attenzione è concentrata nel breve termine. Ciò che consumiamo subito “vale” di più di quello che consumeremo in futuro. Gli economisti e gli psicologi cognitivi parlano di “pervasiva svalutazione del futuro” perché non si percepiscono in modo adeguato le conseguenze dei comportamenti assunti nel presente, ed è questa la ragione per cui si rischia di rimandare nel tempo la pianificazione pensionistica.

Gli economisti usano il modello del ciclo di vita per studiare la relazione tra consumo, risparmio e tempo, ed il risparmio altro non è che consumo differito nel futuro. L’ipotesi del ciclo di vita messa a punto da Franco Modigliani presuppone che le scelte di consumo di un individuo massimizzino le utilità sotto il vincolo del reddito disponibile, in altre parole si risparmia da giovani, quando si beneficia di un reddito pieno, per conservare le medesime abitudini di consumo da vecchi, quando il reddito della pensione sarà verosimilmente inferiore. Un po’ come il vecchietto di Campanile, il consumatore razionale tende a consumare le proprie sostanze ad un tasso stabile nel tempo, il risparmio svolge il ruolo di ponte tra i piani temporali del presente e del futuro.

Purtroppo le cose nel mondo reale sono un po’ più complicate. Nella realtà non esiste l’homo oeconomicus dell’economia classica, quello che non ne sbaglia una perché sceglie sempre sulla base di razionalità, e non esiste neppure il consumatore razionale. La riforma della previdenza complementare nel 1993 e soprattutto il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo istituito nel 1995 hanno aumentato l’importanza della pianificazione finanziaria ai fini pensionistici, ed è di conseguenza cresciuta la responsabilità individuale nella pianificazione del risparmio di lungo periodo, nella gestione delle abitudini di consumo.

Il dibattito di queste settimane sulla destinazione di parte del Trattamento di Fine Rapporto nella busta paga dei lavoratori va correttamente letto nello snodo delle scelte di consumo intertemporali, nella maggiore responsabilità degli individui sulla qualità della loro vita una volta in pensione. Scegliere di avere maggior disponibilità di denaro subito comporta la rinuncia ad accantonare risorse per il futuro.

Barbara Alemanni dell’Università di Genova e Caterina Lucarelli dell’Università delle Marche hanno condotto uno studio sugli effetti delle componenti comportamentali sulla pianificazione finanziaria di lungo termine. La ricerca, disponibile anche presso Mefop, la società per lo sviluppo dei fondi pensione italiani (Mefop, Working Paper nr 37/2014) è stata condotta su un campione di 645 persone, di cui 234 gestori professionali, trader e consulenti finanziari. I risultati mostrano come individui impulsivi e fortemente emotivi, con scarsa educazione finanziaria, siano i meno disposti verso la programmazione di lungo

termine. “Tratti della personalità e componenti emotive influenzano la probabilità di detenere piani pensionistici” spiega Alemanni. La propensione all’accantonamento previdenziale aumenta tra coloro che hanno maggiore familiarità con gli investimenti e, soprattutto, tra coloro che si avvalgono della consulenza professionale. Lo studio dimostra l’influenza delle caratteristiche personali sulle scelte che determineranno la futura qualità della vita una volta terminata l’attività lavorativa.

La programmazione finanziaria ha a che fare con l’incertezza del futuro e quando si ha a che fare con il rischio le emozioni, come la speranza o la paura, giocano un ruolo critico. Il problema messo in luce dagli studiosi è che nel caso della pianificazione previdenziale non si avverte il rischio, il futuro è percepito lontano, quasi estraneo. Per ovviare a questa difficoltà, per fare percepire in modo concreto la inevitabile realtà dell’invecchiamento, in alcuni paesi europei i consulenti finanziari utilizzano programmi di visualizzazione che “invecchiano” virtualmente il volto del cliente: la rappresentazione nella realtà virtuale dell’invecchiamento ha l’effetto, voluto, di “spaventare”, di costringere a pensarsi in quella dimensione. Vedersi invecchiati di trenta o quarant’anni favorisce la decisione di pianificare opportunamente il risparmio.

Si tratta di un espediente utile, forse necessario, perché le emozioni sono una condizione del presente. Nel suo “Perché gestiamo male i nostri risparmi” (ll Mulino 2013) Paolo Legrenzi ricorda l’improvvisa, inspiegabile felicità che Katherine Mansfield descrive all’inizio dell’omonimo racconto oppure, al contrario, la repentina sensazione di paura che ghermisce l’animo della protagonista di “Soffia il vento”. Quando si gestisce da soli il proprio risparmio, ordinario o previdenziale, le emozioni e l’impulsività rischiano di generare decisioni sbagliate, provando paura quando non si dovrebbe e magari uscendo dai mercati quando non si dovrebbe, e viceversa.

Walter Benjamin è stato un intellettuale geniale, celebre il suo brano sull’”angelo della storia” in relazione ad un acquerello di Paul Klee. “C’è un quadro di Klee che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto”. Lo sguardo dell’angelo della storia è rivolto al passato mentre una tempesta lo costringe a tenere le ali distese e “lo spinge irresistibilmente nel futuro”.

I risparmiatori, scrive Legrenzi, sono un po‘ come l’Angelus Novus di Klee, “vanno verso il futuro con gli occhi rivolti al passato“. Non riusciamo a guardare avanti senza distogliere gli occhi dallo specchietto retrovisore perché migliaia di anni di evoluzione non ci hanno “programmati” a vedere correttamente l’orizzonte di lungo termine, siamo intrappolati nelle emozioni dell’immediato.

L’attenzione eccessiva al breve termine comporta un altro rischio, il paradosso per cui, scrive Legrenzi, “sarebbe meglio, per il benessere dei nostri risparmi, che il loro andamento non ci stesse troppo a cuore. Perché, se ci sta molto a cuore, finiamo per controllare troppo spesso come vanno, Seguire con apprensione gli alti e i bassi dei risparmi innesca errori nella scelta dei momenti di entrata/uscita dai mercati”. Annotazione che può riuscire utile in questi giorni di marcata volatilità.

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Chi ha tempo non aspetti tempo (Il nuovo TFR e la pianificazione previdenziale), 3.5 out of 10 based on 2 ratings

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