SOLO SUL WEB — 11 settembre 2014

Il taglio dei tassi ufficiali in Europa da ossigeno ai mercati finanziari ma alimenta le aspettative di nuove coraggiose misure. Soprattutto, mette a nudo il gap tra la risolutezza della Banca Centrale Europea e l’inerzia della politica, e quello tra mercati ed economia reale

di Carlo Benetti, head of Market Research & Business Innovation di Swiss & Global Asset Management SGR 

“Il rischio di fare troppo poco era superiore al rischio di fare troppo”. Mario Draghi non ha deluso le aspettative e alle parole di Jackson Hole ha fatto seguire i fatti di Francoforte.

I mercati hanno festeggiato e, secondo la loro natura, continuano a nutrirsi di nuove aspettative: dopo il taglio dei tassi e l’annuncio degli acquisti di ABS e covered bond di giovedì scorso, le attese si orientano all’impiego dell’arma “fine di mondo”, il “Quantitative Easing” in salsa europea.

L’euro ha ceduto terreno andando in aiuto delle esportazioni e, con l’acquisto di energia più caro, aiuta anche a contrastare le derive deflazionistiche.

Ma le misure di giovedì sono soprattutto un messaggio ai mercati finanziari più che un concreto supporto all’economia reale e al sostegno di una ancora flebile domanda interna.

Il costo del finanziamento è ai minimi da molto tempo, il cavallo non beve non perché manca l’acqua ma perché la politica monetaria è solo una delle due grandi leve che lavorano all’equilibrio di un sistema economico.

Cominciano ad essere sempre più numerosi gli economisti e i commentatori che sostengono che le condizioni economiche dell’Eurozona non derivano dalla crisi ma dal fallimento delle politiche in risposta alla crisi.

La rilevanza attribuita alle decisioni della banca centrale sono l’indizio della lontananza dei governi nazionali e, a maggior ragione, il fallimento della concertazione sovranazionale. Non si sciolgono nodi strutturali con soluzioni monetarie, né la politica monetaria può sostituire la politica.

Può acquistare tempo, questo sì, e la BCE lo sta facendo con efficacia dal 2012, ma non possono rimandarsi all’infinito misure di risanamento perché ritenute costose in termini di consenso.

“Mind the gap” è il sintetico messaggio che invita i passeggeri della metropolitana di Londra a prestare attenzione al vuoto tra il marciapiede e il vagone. Non basta la buona volontà di Draghi per arrestare l’allargamento delle distanze economiche tra le due sponde dell’Atlantico.

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In agosto gli indici PMI, che rilevano la forza dell’attività manifatturiera in un paese o in un’area economica hanno registrato la salita negli Stati Uniti al livello di 57,9 e la diminuzione a 50,7 nell’Eurozona, appena sopra la soglia di 50 che discrimina l’espansione dalla contrazione. Il rallentamento dell’attività economica porta con sé la discesa dei prezzi e le derive deflazionistiche così temute dalla banca centrale.

Ma se il nostro Paese ha buone ragioni per lamentare lentezze e difficoltà ad uscire dalle secche, non stanno meglio gli altri grandi paesi europei.

La Francia rischia la recessione mentre il primo ministro Valls è stato costretto a formare un nuovo governo e sostituire il ministro dell’Economia. Lo stesso presidente Hollande, per ragioni non solo strettamente politiche, è ai minimi nei sondaggi di gradimento.

Anche la virtuosa Germania ha, e sa di avere, debolezze che non sono sulle prime pagine dei giornali solo grazie al suo peso politico. I custodi dell’ortodossia monetaria tedesca avevano sottovalutato gli effetti delle politiche del rigore e i rischi della deflazione sull’economia dell’Eurozona e della Germania.

Il partito di Angela Merkel ha vinto, come da previsioni, le elezioni nel Land della Sassonia ma la vera sorpresa è stato il formidabile recupero del partito anti Europa AfD, Alternative fur Deutschland, che ha sfiorato il 10%.

Domenica 14 settembre ci saranno elezioni in altri due Lander della ex Germania dell’Est, ed i sondaggi indicano che gli euroscettici entreranno anche nei parlamenti della Turingia e del Brandeburgo. Le elezioni nei tre Lander non cambieranno gli equilibri della Repubblica Federale ma in Germania sta accadendo un fenomeno nuovo, si sta realizzando il timore di Franz-Joseph Strauss, storico leader del Partito Cristiano Sociale negli anni ’80, cioè la formazione di un partito a destra della CSU.

L’elettorato più conservatore non si riconosce più nell’Unione Cristiano Democratica di Angela Merkel e trova nuove forme di rappresentanza nelle formazioni alla sua destra. E’ possibile che l’affermazione degli euroscettici nel test elettorale di domenica prossima mettano ulteriore pressione sulla Cancelliera che sa bene come il consenso elettorale poggi sempre sui successi nell’economia.

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Sono tre i gap da colmare: quello economico con gli Stati Uniti, quello tra le mosse della banca centrale, finora tutte indovinate ma non sufficienti, e la politica, quello tra l’Europa come è e l’Europa come potrebbe essere.

“E adesso?” verrebbe da chiedersi come nel titolo del romanzo dello scrittore tedesco Hans Fallada. Il “pover’uomo” protagonista del romanzo è un colletto bianco che si trova a fare i conti con la crisi economica. Perde il lavoro da impiegato, trova lavori sempre più umili fino alla disoccupazione, accumula debiti mentre l’inflazione della Germania weimeriana del primo dopoguerra divora i suoi già grami stipendi. Il “kleiner mann” di Fallada è una delle tante vittime di un sistema economico al collasso, privo di bussola e, soprattutto, di speranza. Alla domanda che costituisce il titolo del libro, “E adesso, pover’uomo?” il protagonista respinto dalla società e considerato un fallito risponde rifugiandosi tra le mura domestiche, tra gli affetti consolatori della famiglia.

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Ma la politica europea non ha mura rassicuranti che offrano riparo.

Una possibile direzione l’ha indicata Draghi (sempre lui) nella conferenza stampa di giovedì, rispondendo alla domanda di un giornalista: “… non si tratta di perdita di sovranità nazionale quanto piuttosto di una condivisione di regole comuni che porterebbero ad una serie di vantaggi, primo tra i quali un processo politico probabilmente più semplice rispetto all’analogo processo condotto a livello nazionale. Inoltre regole comuni vuol dire maggiori opportunità, ad esempio la mobilità del lavoro tra un paese e l’altro …”.

 

Le parole di Draghi ricordano all’agenda politica l’urgenza di riprendere l’argomento della convergenza.

A trent’anni dalla sua approvazione nel Parlamento Europeo, vale la pena rileggere il progetto di Trattato fortemente voluto da Altiero Spinelli come avvio del processo di costituzionalizzazione dell’Unione Europea. All’inizio degli anni ‘80 l’Unione era alle prese con le difficoltà opposte dalla Gran Bretagna della Thatcher sui contributi economici dei singoli Paesi e sull’aumento delle risorse comunitarie. In questa impasse si inserì con capacità di visione e di iniziativa politica Altiero Spinelli e il Trattato che prende il suo nome, votato nel febbraio 1984, offre ancora oggi indicazioni di straordinaria attualità. C’è bisogno di un “New Deal for Europe”, la memoria storica può venire in aiuto, siamo debitori dei giganti sulle cui spalle possiamo poggiare per guardare lontano.

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Mind the Gap - Verso "l'arma fine di mondo" del Quantitative Easing, 10.0 out of 10 based on 3 ratings

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