FONDI & C — 24 giugno 2014


“E’ difficile non rimanere affascinati dai mercati di frontiera. Ultimamente, infatti, questi hanno sovraperformato sia i mercati sviluppati sia quelli emergenti, nonché due dei principali mercati di frontiera appena promossi da questa asset class”. Lo spiega Marcus Svedberg, capo economista di East Capital in un commento sull’andamento dei cosiddetti mercati di frontiera, ossia gli emergenti di nuova generazione, caratterizzati da tassi di sviluppo più sostenuti rispetto agli ormai noti Bric (Brasile, Russia, India, Cina).  Pubblichiamo di seguito il commento integrale di Svedberg.


Nello scorso anno, gli investitori sono stati molto interessati ad aumentare la propria esposizione sui mercati di frontiera e tali afflussi hanno aiutato i mercati a sovraperformare l’indice globale di 10 punti percentuali dall’inizio del 2013. Nello stesso periodo, invece, i mercati emergenti hanno sottoperformato di 25 punti lo stesso indice. Tale divergenza suggerisce che i mercati di frontiera siano più convenienti, più sicuri o che stiano crescendo più rapidamente rispetto ai mercati emergenti.

Tuttavia, nessuna di queste affermazioni è vera, almeno non se si considerano nel complesso le valutazioni, i rischi e i dati sulla crescita. Si deve infatti scavare più a fondo o guardare altrove per capire il reale fascino dei mercati di frontiera. La composizione dell’universo dei mercati di frontiera è un’ulteriore fonte di attrazione. Il principale indice azionario di frontiera è stato appena ribilanciato, con la promozione di due dei suoi più grandi mercati – Qatar ed Emirati Arabi Uniti – all’interno dell’indice degli emergenti.

Questo, tuttavia, non è solo un segnale di successo, rappresenta anche la massima dimostrazione di progresso e, inoltre, significa che l’indice di frontiera avrà una migliore distribuzione a livello regionale. Nello specifico, a seguito del ribilanciamento, il peso del Medio Oriente passerà dal 59% al 36% . Tuttavia, il cosiddetto EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) costituisce ancora l’80% dell’indice dei mercati di frontiera (in calo dall’87%), in quanto le società del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Est Europa sono predominanti all’interno del benchmark. Questo addirittura senza che alcuni dei più grandi mercati di frontiera dell’EMEA siano inclusi nell’indice. Nemmeno l’Arabia Saudita, né l’Iran, né l’Egitto sono inclusi, ma hanno all’incirca la stessa capitalizzazione di mercato (locale) che ha oggi l’intero indice.

Continuerà l’attrazione per i mercati di frontiera? Riteniamo che possa essere davvero così, ma crediamo anche che sia importante guardare oltre il sentiment generale e gli indici artificiali. Investire nei mercati di frontiera può essere davvero vantaggioso, ma allo stesso tempo anche rischioso. Restiamo convinti, poi, che un approccio di lungo periodo basato sull’analisi dei fondamentali e sulla diversificazione sia importante per gli investimenti nei mercati di frontiera come per quelli emergenti – se non addirittura più importante.

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