SOLO SUL WEB — 05 dicembre 2013

E’ difficile riuscire a nascondere il fatto che l’Italia sia ancora lontana dall’uscita dal tunnel della crisi. Nonostante le professioni di ottimismo siano aumentate negli ultimi mesi, l’Italia è rimasta in recessione anche nel terzo trimestre del 2013 e per il 2014 dovrebbe crescere dello 0,6% secondo le ultime stime Ocse. Questo a fronte di un debito pubblico che sta ancora crescendo, di un deleveraging nel settore privato che deve ancora iniziare e di un rischio deflazione affacciatosi a novembre con un calo dei prezzi dello 0,4% rispetto al mese precedente. Una situazione che avvicina il Belpaese allo scenario giapponese degli anni scorsi, fatto di bassa crescita e deflazione. 

John Greenwood, capo economista di Invesco, suddivide il percorso delle crisi del debito in tre fasi.
La prima è caratterizzata dalla costruzione della bolla: l’ampia disponibilità di credito porta il settore privato a comprare asset (vedi immobiliare) fino a che la bolla non scoppia. “L’esplosione è avvenuta nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers” spiega Greenwood. Nella seconda fase il settore privato è costretto a fare marcia indietro e ridurre l’esposizione su investimenti che hanno improvvisamente perso valore. C’è meno disponibilità di denaro per sostenere la crescita. “In questa fase entrano in gioco i governi che non gradiscono le fasi recessive. Pertanto diminuisce il debito del settore privato e aumenta quello pubblico. Gli Stati Uniti si trovano proprio in questa fase e hanno già ridotto l’indebitamento del settore privato del 50% rispetto al picco pre-Lehman. Questo è fondamentale per garantire la crescita futura”. La terza fase inizierà quando il settore privato avrà terminato di ridurre il suo indebitamento e il pubblico comincerà a ridurre il proprio debito. “Temporalmente la fase dovrebbe avere una durata circa doppia della prima. Dovrebbe quindi terminare nel 2018, mentre la terza ha tempi ancora più dilatati, stimabili in una ventina di anni”.

Se gli Stati Uniti si trovano circa a metà della fase due, dove si posiziona l’Italia? Il commento di Greenwood è lapidario: “Non è ancora iniziata la riduzione del debito nel settore privato. In compenso il debito pubblico, già a livelli elevati, continua a crescere”. In altre parole in Italia la fase due della crisi, quella stimabile in una durata decennale, deve ancora iniziare. “E’ uno scenario che richiama alla mente il Giappone – continua Greenwood – e non è un caso quindi che ora vediamo affacciarsi il rischio deflazione.

 

 

Debito delsettore pubblico e privato come percentuale del Pil, l’Italia non ha ancora iniziato il deleveraging (Fonte: Thomson Datastream, novembre 2013)

Questo discorso vale per l’Italia ma vale anche per l’Eurozona”, alla quale manca una banca centrale capace di osare davvero: “Sentiamo ripetere continuamente che la politica monetaria in Europa è espansiva. E in effetti i tassi di interesse a livello centrale sono stati portati ai minimi storici e sono state effettuate alcune operazioni non convenzionali. Ma se andiamo a osservare il movimento della massa monetaria M3, ossia la vera liquidità in circolo nel sistema, la crescita è di appena il 2,1% (dato di settembre ndr) mentre i prestiti bancari si riducono del 3,7%”. Insomma la liquidità, se c’è, non circola. “E mentre Bank of England e Federal Reserve hanno permesso un’ampia espansione del proprio bilancio, la Bce ha lasciato che si riducesse dai 3.000 miliardi di euro di fine 2012 a 2.300 di fine novembre 2013. Il contrario di ciò che avrebbe dovuto essere fatto per contrastare la crisi e bilanciare la riduzione dei bilanci nel resto del sistema economico”.

I tassi di interesse sono stati ridotti ma la politica monetaria rimane restrittiva (Fonte: Thomson Datastream a ottobre 2013)

Ad una politica monetaria che per Greenwood “non è espansiva” si aggiungono poi la pazzia delle politiche di austerità e un euro troppo forte che mette i bastoni tra le ruote alle esportazioni. Sarà un caso ma queste condizioni sono le stesse che hanno imprigionato il Giappone per tanti anni, mentre “dove le banche centrali hanno permesso ai loro bilanci di espandersi veramente per contobilanciare la riluttanza delle banche commerciali a concedere prestiti, come avvenuto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, l’economia mostra segni di recupero sensibilmente più forti”.

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