DAL GIORNALE INCHIESTA — 10 ottobre 2013

La nostra prova su strada  – Con “no cost” e “low cost” alcune banche rispondono alla dilagante richiesta di conti correnti a bassi canoni. F ha bussato alla porta di alcune filiali bancarie e ha scoperto che…

di Lorenzo Raffo – Tratto dal numero di “F Risparmio&Investimenti” in edicola (Ottobre 2013)

 

Sempre meno persone entrano nelle agenzie bancarie. Non è colpa soltanto della crisi e della concorrenza dei conti online, ma anche di un rapporto difficile fra italiani e istituti di credito. La causa? Tante promesse non mantenute e troppe furbate su canoni e costi vari. In realtà l’errore sta nel manico, nel senso che spesso gli utenti sono pigri nel cercare nuove strade. Lo avevamo sostenuto in un’articolata inchiesta condotta da F all’inizio del 2012. Lo riconfermiamo ora, avvalorati da un’indagine dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, la quale ha sostenuto esattamente la conclusione cui era arrivata la nostra analisi. Nel frattempo – occorre riconoscerlo – le banche si sono impegnate per sviluppare conti correnti meno costosi, ma quanti clienti se ne sono accorti? Davvero pochi. Anche perché la cattiva abitudine di non verificare le voci degli estratti conto li porta a pagare oneri maggiori di quelli previsti al momento dell’apertura del conto. Vediamo allora cosa sta succedendo su questo fronte.

 

Un’illusione, il conto “no cost”

L’abbiamo definito “no cost”, ma in realtà nel gergo tecnico viene denominato “conto di base”. Si tratta di un c/c semplificato che offre, a chi ancora non ne possieda uno, prestazioni essenziali per gestire entrate e uscite. Propone un numero limitatissimo di servizi e un Bancomat. Nulla più. Voluto dal Governo Monti nell’aprile del 2012, doveva essere uno strumento a operatività delimitata, non concedendo assegni, carta di credito, forme di finanziamento e deposito titoli. Di fatto puntava a ridurre l’uso del contante presso le fasce di clientela più abitudinarie, per età o scarsa dimestichezza con i sistemi di pagamento elettronici. Inoltre – di fronte alla crisi – cercava di offrire una risposta sociale a chi avesse perso il lavoro o fosse un giovane disoccupato oppure un anziano pensionato in ristrettezze. Il “no cost” si giustificava per la scelta di non comportare nessun canone. Le banche hanno più o meno realizzato proposte specifiche, ma all’utenza l’hanno fatto sapere poco o nulla. Non possiamo però rimproverarle per la strategia del silenzio. Leggete il seguito e capirete il perché.

 

Solo una ce l’ha offerto

In un’indagine dal vivo, realizzata nelle agenzie di vari istituti a Milano, a metà settembre, su ben dieci banche contattate per ottenere informazioni sul “conto di base” solo una l’ha proposto. E’ Monte Paschi di Siena. In una filiale del capoluogo lombardo siamo riusciti a ottenere un foglio informativo con le caratteristiche di tale c/c. Immediata la sorpresa. Abbiamo chiesto un conto “no cost” e il documento precisa che il canone annuo è di 72 euro (6 euro mensili)! Non proprio quello che cercavamo. Di fronte al nostro sconcerto, l’impiegato contattato precisa che – secondo la norma in vigore – il canone diventa zero nel caso di un reddito annuo, in base all’I.S.E.E., inferiore a 7500 euro. Tale indicatore è uno strumento che consente di misurare la situazione economica di una famiglia, verificando reddito, patrimonio e nucleo di composizione. Ringraziamo e ci rechiamo subito a calcolare l’I.S.E.E. di una micro unità familiare. Valori sotto i 7500 euro li otteniamo soltanto nel caso di monoreddito, con moglie a carico, che viva in casa d’affitto. Dato che le statistiche sostengono che l’80% degli italiani possiede un’abitazione, anche modesta, appare evidente che quella scelta di un importo I.S.E.E. così basso è stata voluta per bloccare la diffusione dei conti “no cost”. Comunque cosa avremmo in cambio? Poco o nulla. Un Bancomat, con prelievi illimitati presso gli erogatori della stessa banca e 12 prelievi presso sportelli di altri istituti. In caso di superamento del numero si dovrebbe pagare 2,1 euro a prelievo. Poi sei bonifici, oltrepassati i quali bisognerebbe corrispondere 3,75 euro per ogni operazione dello stesso tipo verso filiali del gruppo e 4,50 verso altre banche. Infine nessuna remunerazione sulla giacenza. Apprendiamo poi dal foglio informativo che un bonifico sull’estero costerebbe 21 euro e il rilascio di un assegno in divisa straniera 26,25 euro. Quanti italiani, potenziali clienti di un “conto di base”, sarebbero interessati a simili operazioni? Inutile rispondere.

 

Scopri nell’articolo completo sul numero di ottobre di F: 

– le proposte di Intesa Sanpaolo, Unicredit, BPM, Monte dei Paschi di Siena, Cariparma Credit Agricole, Banco Popolare e Deutsche Bank;

– un euro per il canone Rai!;

– ma il quasi o totalmente “no cost” c’è;

– qualche novità;

– sopportare no, reagire sì

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