EMERGENTI — 02 maggio 2013

di Lorenzo Raffo

Altro che invecchiamento! La metà della popolazione mondiale ha un’età inferiore a 30 anni e il 90% dei giovani vive nei Paesi emergenti, in parte dell’area Bric, ma soprattutto del resto dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ed è quindi verso questi mercati che occorre muoversi in termini di investimenti, poiché si tratta di fasce sociali molto attive, in chiave di propensione al lavoro e di consumi. Attenzione però! Dal contesto Bric vanno escluse Russia e Cina, da questo punto di vista equivalenti al sistema occidentale, con un processo di invecchiamento in atto delle popolazioni, dovuto rispettivamente a motivi storici e politici: a Mosca e dintorni il concetto di famiglia non è molto sentito, mentre a Pechino è stato favorito dalla scelta di imporre il figlio unico.

E’ il caso di fornire qualche dato:

I paesi più giovani (con popolazione sotto i 30 anni superiore al 70%) sono:

Uganda
Mali
Zambia
Yemen
Nigeria

 

I paesi meno giovani (con popolazione sotto i 30 anni inferiore al 35%) sono:

Giappone
Italia
Germania
Grecia
Cina

 

E’ il caso di tradurre tutto questo in termini di economia e quindi di mercati finanziari. Nelle ultime settimane circola sui desk dei gestori e analisti di Borsa un attento studio, realizzato in Gran Bretagna, nel quale si evidenzia una complessa “cartografia” delle regioni su cui muoversi in chiave di sviluppo dei consumi interni, nuova regola da considerare prioritaria, al posto della precedente basata sulle capacità di export.

Le aree fondamentali da tenere sotto controllo in chiave demografica e quindi di capacità espansiva del Pil sono:

1°) Africa
2°) Sud America
3°) Centro America
4°) Sud est asiatico
5°) Medio Oriente

 

Banale e scontato? Forse! Molto più approfondita è la seconda parte, quella in cui si analizzano i singoli Paesi, che diventano quindi i “best preferred” in chiave di lungo termine. Eccoli:

Indonesia
Turchia
Messico
Brasile
India
Arabia Saudita
Sud Africa

 

L’elemento decisivo deve essere quello della stabilità politica. Nei primi cinque casi è garantita, mentre negli altri due la situazione appare più complessa – per le possibili evoluzioni future – ma comunque non preoccupante.

Chi voglia investire in un arco temporale a dieci anni si trova così già bello e fatto un portafoglio, che può essere arricchito da una posizione ad ampio spettro sull’Africa, da una sui consumi interni dei Paesi emergenti e da una infine sulle infrastrutture degli stessi. Di possibili rendimenti non si può certo fare previsioni, ma è opinione diffusa che un patrimonio così impostato – magari con l’aggiunta di obbligazioni in valute locali, in parte legate all’inflazione – si potrebbe raddoppiare il capitale già nell’arco di un decennio.

Lorenzo Raffo

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