DAL GIORNALE — 11 marzo 2013

Nel mese di marzo la Consob emanerà il regolamento attuativo che consentirà a portali online di avviare la raccolta di capitali per le startup innovative. Sarà una valida alternativa di investimento per il risparmiatore privato?

 

di Valeria Panigada

Con la crisi finanziaria, la volatilità dei mercati e l’incertezza sul futuro dell’economia, alzi la mano chi non ha pensato a un investimento alternativo. Ebbene, quello che sta per arrivare in Italia è alternativo con la “a” maiuscola. Si chiama equity crowdfunding, che letteralmente significa “acquisto di azioni da parte della folla”. Nella pratica, si investono in startup piccole somme di denaro ottenendo in cambio azioni di quel progetto imprenditoriale. Una possibilità, prima limitata ai professionisti e ai facoltosi investitori con il fiuto per gli affari, che ora viene aperta al grande pubblico dei risparmiatori italiani grazie al Decreto Crescita convertito in legge lo scorso dicembre (legge 221/2012). Altra grande novità è che l’argomento verrà presto disciplinato dalla Consob, authority italiana che vigila sui mercati finanziari. Quest’ultima ha infatti avviato una serie di consultazioni per emanare il 19 marzo il regolamento attuativo che consentirà a portali online di avviare la raccolta di capitali per le startup innovative (aggettivo da non sottovalutare!). Ma questa nuova opportunità può essere considerata davvero come una valida alternativa di investimento per il risparmiatore privato?

Parola d’ordine: non sovraesporsi

La risposta potrebbe essere sì ma solo ed esclusivamente in un’ottica di lungo periodo e di diversificazione del portafoglio. Sarebbe infatti assurdo pensare di destinare gran parte dei propri risparmi in una tipologia di investimento, quello in startup, che richiede un lungo tempo per crescere e generare valore e che per sua natura non è liquido. Se l’acquisto delle quote ora sta per diventare fattibile, la rivendita successiva potrebbe essere alquanto ardua, in quanto continuerà a mancare un mercato di scambio, che chissà quando e come si svilupperà. Occorre poi non sottovalutare l’alto tasso di mortalità delle startup e dunque la rischiosità intrinseca di questo tipo di investimento. “E’ di tutta evidenza che una startup è situata ad uno dei più alti livelli di rischio, inteso come incertezza  sugli esiti dell’investimento e alla mancanza di una storia pregressa – avverte Leonardo Frigiolini, presidente e amministratore delegato di Unicasim – Il contraltare di ciò è l’elevato potenziale di accrescimento dell’investimento se le cose vanno bene”. I vantaggi  però non mancano. Primo fra tutti, l’investimento in startup è abbastanza slegato dal ciclo economico complessivo:  se il progetto è brillante andrà bene e crescerà indipendentemente dall’andamento generale dell’economia e del mercato. Cosa non da poco di questi tempi. Non solo. Visto che la startup innovativa per sua definizione non può distribuire utili, il Decreto Crescita ha previsto come sorta di incentivo uno sgravio fiscale interessante, pari al 19% del capitale investito. “L’ideale – consiglia Cesare Maifredi, investment manager di 360 Capital Partners (il fondo che ha finanziato e sostenuto due storie di successo come MutuiOnline e Yoox) – sarebbe investire fra il 5 e il 10% della propria liquidità in una startup oppure in un fondo di venture capital che investe a sua volta in startup”. Con questa seconda opportunità, prevista anch’essa dal Decreto, si avrebbe l’ulteriore vantaggio di non dover scegliere un singolo progetto e quindi di poter ancor più diversificare l’investimento e limitarne il rischio.

Scopri nell’articolo integrale pubblicato su F di marzo: 

– Come operare

– A chi rivolgersi

– Il dilemma della normativa

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Comprare online azioni di una startup: presto si potrà, 7.5 out of 10 based on 2 ratings

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