ETF — 12 febbraio 2013

Gli ETF con distribuzione della cedola, nonostante alcuni punti di debolezza, rimangono una valida alternativa per chi predilige un flusso di pagamenti periodici

di Titta Ferraro

La primavera si avvicina e con essa arriverà anche la consueta stagione dello stacco dividendi. Il fascino della cedola è sempre molto elevato tra i risparmiatori e anche per quanto riguarda il mercato degli ETF non manca la possibilità di puntare su replicanti che prevedano la distribuzione periodica dei dividendi. Per i fondi quotati a gestione passiva la politica di distribuzione o meno della cedola viene decisa dall’emittente che lo indica nel prospetto informativo. I dividendi vengono pagati almeno una volta l’anno, con cadenza che diventa semestrale o anche trimestrale soprattutto per gli ETF obbligazionari. La preferenza verso gli ETF a distribuzione può essere dettata semplicemente da un fattore emotivo che influenza chi ama vedere accreditati i dividendi sul proprio conto corrente, anche quando si ha a che fare con piccole somme. L’incasso dei dividendi per gli investitori retail è sovente visto come un modo semplice e automatico di fare piccole prese di beneficio sull’investimento effettuato. “Indubbiamente è un’opzione interessante per chi ha bisogno di godere di una rendita immediata, proveniente dal proprio portafoglio mobiliare”, conferma Enrico Ferrari, equity derivatives sales di Banca IMI Capital Markets. Inoltre quando si parla di somme non cospicue non si pone il problema di dover reinvestire la somma riscossa. In generale gli investitori più orientati all’income “sono quelli con un processo di investimento liability driven, cioè assicurazioni, fondi pensione e fondazioni – commenta Danilo Verdecanna, managing director di State Street Global Advisors in Italia – che traggono beneficio dalla percezione di un reddito sotto forma di dividendo, che può essere determinato in anticipo con buona approssimazione consentendo una più efficiente programmazione dei flussi di cassa in entrata e uscita”. I proventi della distribuzione dei dividendi vengono utilizzati per far fronte alle uscite limitando così la necessità di smobilizzare posizioni per bilanciare le passività e di conseguenza il rischio che i realizzi avvengano in condizioni avverse di mercato con conseguenti minusvalenze. Sono diversi i prodotti che consentono di raggiungere questo fine. Ne riportiamo una selezione nella tabella nella pagina accanto, all’interno della quale si è scelto un campione di ETF rappresentativo delle tre macro aree d’investimento: azionario, obbligazionario e liquidità.

I limiti della strategia

Gli ETF che pagano i dividendi, non reinvestendo i proventi dei titoli nell’ETF stesso, mantengono tali proventi sotto forma di liquidità fino alla data di stacco prevista per l’ETF. Si va a determinare il cosiddetto “cash drag” con l’allargamento del tracking error, ossia lo scostamento rispetto alla performance dell’indice sottostante. Il cash drag si tramuta in uno svantaggio principalmente in fasi di mercati rialzisti quando il reinvestimento della liquidità genererebbe rendimenti più alti, mentre è un vantaggio in fasi ribassiste poiché i proventi detenuti in liquidità non vanno a subire alcuna perdita. Non mancano gli strumenti per ammorbidire l’impatto del cash drag. “Gli effetti – sottolinea Ferrari di Banca IMI – possono essere ridotti parzialmente da parte dell’emittente reinvestendo i dividendi e i flussi cedolari in nuove quote del sottostante del fondo o redistribuendo questi stessi proventi ai sottoscrittori con maggior frequenza”.

 

 

Stacco o accumulo, differenze più risicate con mercati ribassisti

Un esempio pratico può essere utile per chiarire cosa succede a livello di ritorno effettivo dell’investimento. Ipotizzando di avere investito 1.000 euro a inizio 2012 sull’ETF iShares sull’Eurostoxx 50 ad accumulo dividendi e altrettanti su quello a distribuzione, alla fine dello stesso anno sono divenuti 1.185 euro per l’ETF ad accumulazione e 1.131 euro per quello a distribuzione. Il secondo ha inoltre garantito l’incasso di 35,66 euro di dividendi netti (tassazione al 20%). Il risultato è quindi un vantaggio di quasi 19 euro per chi ha optato per l’ETF ad accumulo. Differenziale decisamente più risicato nel caso di un mercato ribassista. Investendo la stessa cifra sui medesimi ETF a inizio 2011, un anno negativo per l’equity europeo, dopo 12 mesi sarebbero scesi a 862 euro per quanto concerne l’ETF ad accumulazione e a 827 per quello a distribuzione con l’aggiunta di 31,2 euro di dividendi (ritenuta fiscale ipotizzata al 20% anche se nel 2011 la tassazione era ancora del 12,5%, ndr), con un vantaggio di meno di 4 euro per l’ETF ad accumulazione.

 

Differenza tra ETF a distribuzione e reinvestimento

Gli ETF sono a tutti gli effetti degli Oicr – Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio – e come tali si comportano per la distribuzione di dividendi. Gli Oicr e quindi gli ETF possono decidere di reinvestire i dividendi (ETF ad accumulazione) oppure distribuirli al possessore dello strumento (ETF a distribuzione). Molto spesso gli investitori sono affascinati dagli alti dividendi ed hanno la tendenza ad inseguire titoli con questa caratteristica oppure strategie basate sull’individuazione di un insieme di titoli con alte cedole. Ma nel caso si tratti di ETF a distribuzione è necessario che l’investitore presti una certa attenzione. In particolare è da prestare attenzione alle conseguenze fiscali della distribuzione dei dividendi; la distribuzione del dividendo comporta di fatto una doppia tassazione dell’investimento, una sull’apprezzamento dello strumento e un’altra sulla distribuzione dei dividendi senza avere la possibilità di compensazione tra le due, cosa che si ritorce contro l’investitore in una situazione in cui l’ETF è in minusvalenza ma stacca dei dividendi. Ad esempio nel caso si decida di vendere un ETF con prezzo di mercato inferiore al prezzo di carico, l’investitore non sarà soggetto ad imposte mentre il dividendo percepito, in qualità di capital gain, sarà gravato da un’imposta fiscale e con la conseguente flessione del Nav dell’ETF precisamente pari all’importo del dividendo staccato. Allo stesso modo, in una situazione di plusvalore, un ETF a distribuzione non è comunque la soluzione più redditizia. La somma tra il valore dell’ETF a distribuzione – che diminuisce dopo il pagamento del dividendo – e i dividendi distribuiti risulta minore del valore dell’ETF a reinvestimento – dove i dividendi non distribuiti ma accumulati. L’ETF a reinvestimento permette quindi di accumulare e reinvestire i dividendi nel tempo con un’unica tassazione fiscale al momento della sua vendita, e quindi consente di posticipare il pagamento dell’imposta fiscale, reinvestendo anche questo “credito d’imposta”. Oltre all’inefficienza fiscale ed alla sottrazione del dividendo percepito al meccanismo della capitalizzazione composta, l’ETF a distribuzione evidenzia inoltre svantaggi quali il dividend drag, ossia la permanenza del dividendo percepito dai titoli nel conto dell’Oicr fino allo stacco. C’è poi il cash drag, la permanenza del dividendo staccato sul conto dell’investitore prima del suo effettivo utilizzo. E infine ulteriori costi di transazione dovuti al reinvestimento del dividendo.

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