Altro — 04 giugno 2012

Come affrontare la crisi dei mercati e difendere i propri risparmi

L’ansia porta sempre a commettere errori. In tutti i campi e quindi anche nella gestione del denaro. In questo momento di estrema tensione se ne sentono davvero di tutte da parte di risparmiatori preoccupati delle prospettive di euro ed Europa. Ecco perché nasce questa rubrica, il cui scopo è di fornire consigli per una navigazione tranquilla nell’inquieto mare della finanza. Ogni due settimane Salvasoldi (che si alternerà a Mondi Emergenti) affronterà temi su cosa fare e cosa non fare per evitare clamorosi abbagli.

A cura di Lorenzo Raffo

 

Soldi in Scandinavia? Si salva la Finlandia

Portare fuori i propri capitali dall’area euro, pur restando all’interno dell’Unione europea. L’idea è interessante e comincia a correre sui fili delle comunicazioni fra i risparmiatori inquieti. C’è chi l’ha già fatto e chi comincia a ipotizzarlo. Le mete più gettonate sono senz’altro Gran Bretagna e Danimarca, ma anche altre destinazioni hanno raccolto non poche adesioni, grazie soprattutto alla stabilità delle loro monete. Da più parti si sono, per esempio, alzate voci a favore della Svezia, un Paese solido, con una buona valuta e fondamentali economici tutt’altro che trascurabili, grazie a una politica accorta degli scambi commerciali. Ma che ha un punto debole: le banche! In totale si tratta di oltre 100 istituti, spesso nati da fusioni di realtà molto piccole.

Quattro leader, con Swedbank e Haldelsbanken in testa, fanno il 75% del business totale. Il loro problema è la vulnerabilità dal punto di vista della raccolta di capitali. Il mercato interno è – tutto sommato – limitato e la corsa ai prestiti in valuta estera ha costituito un non trascurabile elemento di instabilità. La corona svedese si è rafforzata rispetto alle monete europee, salvo nei confronti delle altre corone nordiche, ma la corsa non è destinata a durare. Il Governo è intervenuto per porre un limite a questa situazione e le incertezze europee si fanno sentire anche a Stoccolma e dintorni.

Uscire dall’euro e risentire l’impatto della sua crisi ha poco senso. Ecco perché – in questa fase – scegliere la Svezia per trasferirvi capitali non è consigliabile. Meglio allora la Danimarca? Qui si è assistito a significativi incrementi dei flussi in entrata, provenienti soprattutto dalle Regioni nordiche della Germania. Anche la penisola dello Jutland risente dell’effetto euro e soprattutto dell’impatto di una bolla immobiliare, che ha portato alla crisi e al fallimento di vari istituti di credito, spesso minori. I prezzi delle case sono scesi e scenderanno ancora nei prossimi mesi, comportando effetti destabilizzanti sugli asset bancari. Per ora quindi è meglio astenersi pure da tale destinazione.

L’unica che si salva in Scandinavia, oltre alla Norvegia – che però è esterna alla Ue – resta così la Finlandia. Lo dimostra il fatto che i vari downgrade del settore da parte delle agenzie di rating abbiano nel complesso escluso quest’anno solo le banche di tale Paese, oltre a quelle lussemburghesi. Non si tratta di istituti di grandi dimensioni, ma sulle loro condizioni di salute non si sono sentite finora voci preoccupate e lo avvalora che i soli flussi di liquidità in aumento depositati presso la BCE siano quelli di Finlandia, Lussemburgo e Germania. Inoltre le finniche hanno usato in misura minore le riserve della stessa BCE tramite gli Ltro. E’ quindi qui un possibile salvadanaio per chi vuole fuggire dall’Italia, restando all’interno della Ue? Si direbbe proprio di sì, con la precauzione di rispettare tutte le norme fiscali previste dal nostro ordinamento per chi esporta denaro. Anche perché a Helsinki i controlli sui capitali in entrata sono severi e puntuali, a causa della presenza della vicina Russia e dei suoi tanti maneggi finanziari. Questa strada si può quindi percorrere, ma a condizione di fare il tutto con estrema trasparenza.

Short sui governativi con gli Etf? Sì, con tante precauzioni

I modi per essere ribassisti sui titoli di Stato europei sono vari: alcuni più professionali e impegnativi (per esempio con una gestione dei relativi “future”) e altri più semplici e alla portata di qualunque investitore. Fra questi ultimi il più utilizzato consiste nell’acquistare i non pochi ETF “short” (cioè appunto che mirano a un calo dei prezzi – attenzione a non confonderli con gli ETF “short term”, cioè con scadenze brevi ma di tipo rialzista). Quelli quotati in Italia sono numerosi, non sempre liquidi, ma consentono di effettuare una strategia di questo tipo sulle varie scadenze di tempo. A certe condizioni: nella maggioranza dei casi si riferiscono a un ribasso dei governativi dell’intera area euro e non ai periferici, cioè a quelli in sofferenza. Non bisogna quindi aspettarsi forti movimenti, poiché i sottostanti hanno caratteristiche assai diverse e andamenti contrastanti. Andrebbero meglio in presenza di rialzi dei tassi da parte della BCE. In particolare non ci sono Etf specifici per i titoli di Stato per esempio greci e spagnoli. Diverso invece il caso dell’Italia: la francese Lyxor offre un ETF a leva “Double Short” sui Btp (così come levereggiati al rialzo per gli stessi e per il Bund), grazie al quale si può operare sia in una strategia puramente short sia come ricopertura di un portafoglio obbligazionario esposto sull’Italia. Potrebbe sorprendere che nelle ultime settimane questo ETF non abbia registrato strappi al rialzo, al contrario di quanto era avvenuto nel corso dell’autunno 2011, ma occorre ricordare che il parametro di riferimento è il future dei titoli di Stato e non lo spread con il Bund, che è tutt’altra cosa. Di qui derivano spesso errate interpretazioni che portano ad acquisti non corretti. Cosa sta alla base di questo ETF? Un indice di strategia su base giornaliera, con un’esposizione opposta – a leva 2 – rispetto al rendimento del Long Term Euro Btp Future, in altre parole sul future del Btp, più vicino come scadenza e trattato sul mercato Eurex.

Un’ultima possibilità consiste nell’operare con ETF sui CDS, tramite i quali si agisce sul costo di copertura degli emittenti, ma al loro interno sono previsti soprattutto quelli non governativi, il che può essere più o meno conveniente, a seconda delle fasi del mercato. Viene data priorità ai credit default swap con scambi più elevati nei sei mesi precedenti la selezione. Occorre ricordare che i CDS sono – in parole povere – delle assicurazioni a favore del sottoscrittore di un’obbligazione contro i rischi di default.

Prima di acquistare tali strumenti occorre valutarne le caratteristiche e i movimenti nel tempo, rendendosi conto che si tratta di strumenti complessi, da gestire sempre con estrema attenzione.

Lorenzo Raffo

Questa rubrica si alternerà a Mondi Emergenti. Per quest’ultima appuntamento quindi a lunedì prossimo, per Salvasoldi tra due lunedì.

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Redazione Effe

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