Le chiavi di lettura possono essere molte ma gli esperti evidenziano un elemento preoccupante: la rivalutazione – lenta ma progressiva – dello yuan contro il dollaro si è interrotta, per vari motivi, fra cui anche il rafforzamento della valuta verde. Non trascurabile sarebbe il timore di una nuova recessione mondiale, che Pechino vuole affrontare con una moneta più debole per affrontare meglio i possibili cali delle esportazioni, soprattutto verso l’Europa, da sempre partner fondamentale. Intanto anche il mercato immobiliare tende al ribasso, senza però l’esplosione di una bolla tanto temuta e tanto annunciata nei mesi scorsi. Le manovre del Governo stanno portando a una strategia pilotata di atterraggio morbido, cui dovrebbe seguire una successiva fase di riduzione più forte delle nuove costruzioni. Lo scopo è di bloccare la crescita dei prezzi e quindi un moltiplicatore decisivo per l’inflazione.
Lo stesso sta forse succedendo per la Borsa, chiaramente gestita da abili mani politiche. Lo dimostra che proprio quando i Bric cadono di brutto (nell’ultima ottava la Russia ha registrato uno scivolone dell’ordine del 15%, causa la caduta dei prezzi del petrolio, e il Brasile è andato giù di oltre 6 punti in percentuale) Shanghai cala ma in maniera regolare, forse per non confermare i timori di una fase di difficoltà dell’economia cinese. Ma se si verificano i trend delle azioni “made in China”, quotate a Wall Street, si notano verità preoccupanti. Il settore delle tecnologie ha semplicemente tracollato negli ultimi due mesi. Le perdite variano dal -25% al -60%, con tonfi in particolare delle azioni legate a Internet e al solare. E non c’è tregua: le candele rosse sono continue, come se la fiducia nella capacità della Cina di mantenere crescite esponenziali stesse tramontando. Perché ciò succede a quanto quotato negli Usa e molto meno a quanto quotato a Shanghai? La risposta è evidente: il Governo di Pechino vuole evitare il panico in un momento già assai complesso. E la conferma viene ancora una volta da Wall Street, dove il comparto automobilistico e quello dei produttori e trasformatori di materie prime lasciano dietro di sé segni pesantemente negativi, mentre invece il trend è meno netto per le corrispondenti quotazioni in Cina. Va quindi consigliata prudenza, soprattutto nei confronti delle azioni fortemente cicliche e sensibili alla congiuntura, che stanno risentendo della propensione della popolazione a ridurre i consumi e a risparmiare di più, in previsione di tempi difficili per l’occupazione. D’altra parte si pensa che stia perdendo sprint il titanico tentativo di spostare la crescita del Pil verso la domanda interna, a detrimento delle esportazioni, proprio quando queste ultime risentono dei timori di una seconda recessione mondiale.
L’inflazione resta elevata (negli ultimi mesi sempre sopra il 6%), ma questo non è il peggiore dei mali, perché in buona parte dipende dal settore immobiliare, cui – come si è visto – si cerca di porre rimedio con una strategia pilotata di riduzione delle nuove costruzioni.
L’insieme è delicato e la Borsa ne risente. Il consiglio è quindi di restare molto prudenti nell’esporsi alla Cina almeno fino al termine del 2011. E il monitoraggio di quanto potrà avvenire in futuro va fatto sui movimenti delle azioni quotate negli Usa, vero barometro – spesso anticipatore di alcuni mesi – rispetto ai movimenti di Shanghai.
In un panorama così complesso c’è tuttavia da segnalare l’esordio di un nuovo fondo dedicato al mondo cinese. Che ha caratteristiche particolari. Si tratta di Azimut Fund Renminbi Opportunities; punta alla rivalutazione della moneta cinese (con un ammontare minimo di soli 1500 euro), eliminando il rischio del rapporto a tre fra euro, dollaro Usa e valuta cinese, inevitabile perché non esiste un cambio diretto euro-renminbi. Il legame fra i primi due è infatti integralmente coperto. Può essere un ottimo prodotto per un piano di accumulo con obiettivi di medio-lungo termine.













